Dire che il jazz è morto è una cosa che fa male. Ognuno di noi può e deve andare avanti… (R. Gatto)

Dopo 6 anni dalla sua prima apparizione al Fara Music Festival, torna questa volta in veste di docente Roberto Gatto. “I miei interessi hanno molte facce, dalla musica classica che amo immensamente, alla canzone, dalle colonne sonore al jazz, ovviamente, anche al jazz tradizionale, l’importante che in questa musica ci sia autenticità e soprattutto qualità: come diceva qualcuno, quando la musica è bella è bella tutta, senza troppi distinguo o preconcetti” (Roberto Gatto)

Hai avuto la fortuna di suonare fianco a fianco con alcuni giganti del jazz, come Chet Baker o Lee Konitz, che influenza hanno avuto sulla tua formazione artistica.
Ai tempi della mia collaborazione con Chet Baker ero molto giovane, e come tutti i giovani forse un po’ incosciente, quindi non mi rendevo ben conto del valore che potesse avere tutto questo. Certamente Chet Baker era già allora una leggenda del jazz, ma anche il fatto che in quegli anni lui fosse così spesso in Italia, con la possibilità di incontrarlo normalmente anche nella vita di tutti i giorni, non mi dava la sensazione di avere a che fare con un “mostro sacro”. C’è da dire che questa collaborazione si è evoluta ed è durata negli ani, fino a pochi giorni dalla sua scomparsa. Ricordo infatti un concerto in suo onore organizzato da Enrico Rava al Teatro Carignano, con Franco D’Andrea al piano e Giovanni Tommaso, in cui ebbi la possibilità, per l’ultima volta, di accompagnare Chet, che sarebbe tragicamente scomparso solo venti giorni dopo. A posteriori ho realizzato l’onore che mi ha fatto Chet Baker – un artista tra l’altro che non amava molto i batteristi – nello scegliere proprio me, giovanissimo, per accompagnarlo in tante occasioni. Probabilmente aveva realizzato il fatto che in qualche modo io avevo “imparato la lezione”, innanzitutto di suonare “piano” rispettando la dinamica particolarissima della sua tromba, come è noto dovuta anche ai problemi che aveva avuto a livello di dentatura. La stessa cosa si potrebbe dire di Lee Konitz, che è stato uno dei primi artisti americani che abbiamo avuto la fortuna di accompagnare all’inizio della nostra carriera, assieme a Danilo Rea ed Enzo Pietropaoli, eravamo poco più che dei ragazzini. Konitz era un musicista diverso, molto più intellettuale, un carattere molto volubile, un po’ “freddo” molto diverso da Chet. A quell’epoca Konitz era un musicista già molto sperimentale, che faceva dei dischi come “Satori” con Dave Holland e Jack DeJonhette. Da lui abbiamo imparato quindi molte cose, soprattutto sul piano del dialogo e dell’interplay all’interno di un gruppo. Poi ancora tante altre collaborazioni, con George Coleman, Gato Barbieri, fino a quelle degli anni ottanta con Michael Brecker, John Scofield. Il rimpianto è che di questi artisti che provengono dalla grande tradizione del jazz ce ne sono sempre meno, e non esito a dire che quando mi capita l’occasione di collaborare con qualcuno di essi non mi tiro mai indietro. Ad esempio avrò presto la possibilità di poter suonare con il grande pianista George Cables, un musicista che fino a qualche tempo fa poteva essere erroneamente considerato”minore”, ma che in prospettiva storica, è a sua volta da considerare un gigante. Suonare con lui, che ha collaborato con Dexter Gordon ed Art Pepper, è ricollegarsi ad una storia, anzi è suonare con un pezzo di storia della grande tradizione del jazz afro-americano. Così come ho avuto una grandissima emozione recentemente quando ho avuto la fortuna di assistere qui a Roma ad un concerto del grande Louis Hayes, ottandadue anni, una leggenda della batteria nei gruppi di Horace Silver e di Cannonball Adderley, ho provato di nuovo quel brivido che purtroppo non sempre riesco a sentire andando ad ascoltare musicisti più giovani. Tra questi ultimi devo dire che Brad Meldhau mi piace molto, lo trovo molto interessante, ha quel “quid” in più che riesce ad emozionarmi, anche se non arriva a provocarmi quel “brivido” che continuano a darmi i grandi del passato. L’importante è che questa catena non si fermi mai passando da una generazione all’altra.

Si ringrazia http://mipiaceiljazz.blogspot.it

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